Dedicata ai SS. Martiri Senesio e Teopompo
Chiesa Parrocchiale di Castelvetro
La Chiesa Parrocchiale di Castelvetro fu edificata a partire dal 1897 per volontà del parroco Don Luigi Rinaldi e con il sostegno della comunità locale. Consacrata nel 1907, fu dedicata ai Santi Martiri Senesio e Teopompo, mantenendo la stessa dedicazione della precedente parrocchiale.
L’edificio sorge nel cuore del Castello, nell’area precedentemente occupata, in parte, dalla Chiesa della Madonnina. Quest’ultima, un’opera di pregio risalente probabilmente al XIV secolo e restaurata in epoca rinascimentale, era caduta in rovina e fu demolita proprio per lasciare spazio alla nuova costruzione.
Il progetto della chiesa fu affidato all’Ingegner Carlo Barberi, mentre la realizzazione pratica fu opera del capomastro Eudosio Barani.
La facciata, realizzata in laterizio in stile neo-gotico, riflette la tripartizione interna della chiesa attraverso l’uso di lesene e pilastri. Presenta tre portali, ciascuno sormontato da un rosone, e un cornicione decorato con un fregio ad archetti pensili. L’architettura complessiva si distingue per semplicità e armonia.
La struttura interna è composta da tre navate, ognuna delle quali termina con un’abside.
La chiesa custodisce diverse opere pittoriche provenienti da altre chiese ed oratori.
- Molti dei dipinti conservati risalgono al XVII secolo.
- La Madonna delle Grazie: L’opera di maggior pregio; è un affresco del Cinquecento di Francesco Bianchi Ferrari. Raffigurante la “Madonna con Bambino”. L’opera fu staccata dalla vecchia chiesa parrocchiale e si trova oggi in una nicchia sotto la cantoria destra.
Campanile
Il campanile, anch’esso in stile neo-gotico e caratterizzato da una linea alta e slanciata, fu progettato dall’Architetto Uccelli di Parma, assistito dall’Ingegner Lorenzo Manfredini.
La posa della prima pietra avvenne nell’aprile del 1929. Fu costruito rapidamente dalle maestranze del capomastro Domenico Barani e inaugurato nel settembre del 1930.
Affresco della Madonna delle Grazie
Francesco Bianchi Ferrari (o Francesco di Bianco Ferrari, nato nel 1447) è un pittore attivo a Modena negli ultimi decenni del Quattrocento e nei primi anni del Cinquecento, che muore in questa città nel 1510 (10 Febbraio), come riferisce il cronista suo contemporaneo Tommasino de’ Bianchi detto Lancillotto, il quale lo ricorda come “dipintore perfetto e homo dabbene” nonché “mastro del divino coloritore Antonio da Correggio”. Lo stesso cronista riporta pure un elenco delle opere dell’artista, che dimostrano un’attività meritevole di grande considerazione, ma decisamente sfortunata in quanto molte delle opere citate hanno subito, nel corso dei secoli, vicissitudini che ne hanno determinato la perdita o una diversa collocazione rispetto all’originale, a causa di ristrutturazioni o demolizioni degli edifici che le ospitavano. Oggi si possono apprezzare dipinti del Bianchi Ferrari alla Galleria Estense di Modena, ma anche in diverse Chiese di Modena e provincia e in importanti Musei europei.
In questa sede è interessante concentrare l’attenzione sull’affresco, datato ai primi anni del Cinquecento – dopo il terribile terremoto del 1501- raffigurante la Madonna col Bambino e noto come Madonna delle Grazie. Si tratta di un dipinto che ornava la Cappella della Compagnia della Croce nella Chiesa dei SS. Senesio e Teopompo, attigua al Palazzo Rangoni e originariamente cappella privata dei Feudatari di Castelvetro.
Nel 1897 fu posta la prima pietra della Nuova Parrocchiale e, in seguito, l’affresco fu staccato, trasferito su tela e collocato nel nuovo edificio sacro.
Dai diversi storici dell’arte, che, nel corso dei decenni, hanno studiato la tela castelvetrese, l’attribuzione al Bianchi Ferrari è universalmente accolta. Bisogna tuttavia notare che l’affresco originario era di maggiori dimensioni e più complesso rispetto a quello che ci è stato tramandato: presentava, infatti, oltre alla Madonna in trono col Bambino, un’altra figura, il Cristo portacroce, perduta al momento del distacco. Inoltre il dipinto fu pesantemente rimaneggiato nell’Ottocento a seguito di un improprio intervento di restauro, nel corso del quale furono aggiunti tendaggi, finti pilastri, un basamento posticcio, alterando le proporzioni dell’affresco e soffocando l’immagine della Madonna.
Quello che oggi possiamo vedere, da un lato, non ci permette di conoscere l’opera così come l’autore l’aveva concepita, dall’altro, tuttavia, restituisce alle figure centrali tutta la loro importanza.

La Madonna delle Grazie presenta l’iconografia classica della Madonna col Bambino con la sua solennità e la delicatezza dei tratti, nonostante i segni evidenti lasciati dal tempo. Maria è rappresentata in trono, con un portamento regale ma materno.
La Vergine indossa una veste rossa (simbolo di umanità e passione) coperta da un ampio mantello blu scuro bordato d’oro (simbolo di divinità). Il suo volto è ovale, lo sguardo, rivolto leggermente verso il basso, esprime una calma malinconica.
Il Bambino Gesù è seduto sulle ginocchia della madre. È raffigurato nudo, con una collana di corallo rosso al collo, un amuleto tradizionale che, nel Rinascimento, simboleggiava la protezione e prefigura il sangue della Passione.
Dietro la Vergine si nota un drappo prezioso finemente decorato, che funge da schienale del trono. Ai lati si intravedono elementi architettonici classici, mentre in basso a destra appare una piccola figura (probabilmente un uccellino o un dettaglio floreale) e tracce di iscrizioni alla base.
Secondo i critici dell’arte, la stesura del colore e la definizione dei volumi suggeriscono un’influenza della scuola emiliana. La delicatezza del volto di Maria richiama la grazia del gotico internazionale, ma la solidità monumentale della sua figura seduta indica già una caratteristica dell’arte rinascimentale.
Colpisce, in particolare, l’equilibrio tra la sacralità (l’oro, il trono, la fissità ieratica) e l’intimità familiare. Le mani della Vergine, lunghe e affusolate, non solo sostengono il Bambino ma lo avvolgono con un gesto protettivo molto realistico. I toni profondi delle vesti e la carnagione chiara delle figure creano un contrasto, che offre grande risalto ai protagonisti.
L’opera presenta lacune e abrasioni tipiche degli affreschi che hanno subito l’umidità e il distacco. Tuttavia, la bellezza del volto della Madonna emerge quasi intatta dalle zone in cui l’intonaco è più consumato, conferendole un aspetto quasi etereo e senza tempo.
Un’altra importante testimonianza della decorazione parietale della Chiesa dei SS. Senesio e Teopompo si piò attualmente ammirare alla Galleria Estense di Modena, alla quale fu donata dalla famiglia Barani, proprietaria dell’edificio destinato a diventare abitazione privata, nel 1935. Si tratta di un’Annunciazione attribuita, in un primo tempo, al Bianchi Ferrari, ma ritenuta poi di un anonimo pittore ferrarese del XV secolo.
All’interno di un’architettura, che presenta, nella parte alta, un timpano triangolare con il Padre Eterno benedicente, e un impianto solenne rigorosamente prospettico di estrema raffinatezza, con motivi ornamentali a losanghe e stelle, sono inserite due figure, l’Angelo e la Vergine, l’una di fronte all’altra.